Esiste la Difesa del Territorio nella Specie Umana o è una Prerogativa di alcuni Animali?

Per gli altri animali il concetto di territorio è inteso in senso spaziale, come riserva di caccia, quindi sopravvivenza e di riproduzione.

Quando pensiamo al concetto di territorio nella specie umana, tuttavia, non possiamo riferirci ad esso soltanto in senso spaziale.


Dobbiamo pensare invece a sopravvivenza e riproduzione, ben sapendo che nella nostra specie esse non sono correlate con l’ampiezza di terreno su cui oriniamo soltanto noi.

 

 


Esso diventa quindi un concetto astratto che va a definire i confini di tutto ciò che, se violato, potrebbe diminuire le nostre chanches di sopravvivenza, quindi anche di lavoro, carriera e rete di amici e di riproduzione, quindi le nostre chances di attrarre l’altro sesso.


Chi stia parlando male alle nostre spalle, magari sul lavoro, sta in effetti mettendo a rischio la nostra carriera e richiama un tipo di reazione che nel mondo animale sarebbe osservabile in caso di violazione territoriale. La nostra immagine sociale diventa quindi “territorio”.

Lo stesso dicasi per chi stia facendo del male alla nostra donna anche se questa si trova a 1000 km da noi, in posti dove non abbiamo mai fatto pipì.


Allora possiamo dire che esiste nell’uomo una difesa del territorio giusta, quando intacca sopravv. e ripr., ma a questa si aggiunge una problematica tutta umana: l’ego percepito come territorio e gli oggetti che possediamo che diventano diramazioni dell’ego.


Per questo potete fare un esperimento:

mentre parlate con qualcuno di cui non siete molto amici, cominciate a giocherellare con un suo oggetto non vitale, come l’accendino che ha lasciato sul tavolo.

Vedrete che comincerà a manifestare microsegnali di nervosismo, e quasi sicuramente si toccherà il viso o il naso come se avesse prurito.


Questo è un esempio di ego esteso a tutte le cavolate che possediamo, e di ego visto come territorio inviolabile.


Un uomo che avesse 10 automobili da collezione, sarebbe schiavo del terrore che anche una sola di queste venisse rubata, percependola come proprio territorio e come estensione del proprio ego, il quale finisce per controllare le nostre emozioni anzichè essere controllato da noi.


Discorso a parte va fatto invece per rappresentanti responsabili di zona o per gli appartenenti a gang dedite allo spaccio: per loro il territorio rimane ancorato al concetto spaziale, essendo il quartiere o la regione la loro fonte di sostentamento.

Essi tenderanno a non tollerare intrusioni di nessun tipo e a marcare il territorio con graffiti o con licenze registrate.

Il concetto di territorio spaziale si ritrova inoltre nelle fasce più deboli della popolazione, a cui lo straniero può effettivamente rubare il lavoro, sopravvivenza o le donne, riproduzione.


Il concetto di territorio da me espresso non si sovrappone ne si sostituisce in alcun modo al concetto di spazio personale così come descritto negli anni 60 da Edward T. Hall nel suo trattato sulla “prossemica”.( http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=2572&id_area=4&mac=2 )


Le distanze prossemiche pubblica-sociale-personale ed intima sono rispettate anche dagli animali tra loro, dentro e fuori il proprio territorio,ed anche dagli animali non territoriali e non rientrano nel concetto di territorio di caccia, infatti un animale potrà non tollerare un maschio della sua stessa specie nel proprio territorio, ma tollerare tranquillamente un animale diverso non in competizione alimentare. Tuttavia con quest’animale non in competizione applicherà le regole della prossemica e probabilmente non capiterà che si camminino uno sull’altro.

Detto questo:


Capito che il territorio può essere un fastidioso tormento dell’ego e che più cose possediamo più cose ci possiedono e ci intasano la testa, se non ne siamo distaccati.

Capito che il concetto di territorio nell’uomo non è solo legato allo spazio ma a tutto ciò che può migliorare o peggiorare le nostre chances di mangiare o fare sesso, come fare per difendere il territorio dagli attacchi continui degli altri?


E’ molto importante a questo scopo l’imparare a mettere dei paletti chiari su ciò che non si desidera, fin da subito.

La famosa frase “patti chiari, amicizia lunga”

Spesso si teme di sembrare scortesi nel comunicare agli altri quali cose non devono fare per essere nostri amici, collaboratori o quant’altro.

Invece non facendolo si finisce per subire, tacere, subire e poi esplodere rovinando tutto.


Questo ovviamente funziona con chi conoscete, ma il territorio è attaccato continuamente dagli sconosciuti.


Allora consiglio di applicare il principio di Pareto, detto dell’80/20. http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Pareto

Più è grande un territorio meno è facile da proteggere e più ci da pensieri.

Inoltre ci renderemo conto facilmente che il 20% delle cose che abbiamo, delle cose a cui teniamo, ci da l’80% dei risultati che cerchiamo.

L’80% di ciò che abbiamo, facciamo, ecc ci porta al 20% dei risultati.

Sarebbe quindi ottimo farsi un bell’esame di coscienza e lasciar andare l’80% del nostro territorio, che è quasi inutile, e concentrarci a difendere con i denti e le unghie quel 20% prezioso che ci da l’80% di tutto ciò che ci serve.

La storia ci insegna che gli imperi sono sempre crollati dopo aver cercato di espandersi troppo.


Lasciamo andare quello che non è indispensabile, questo si tradurrà nell’avere l’80% dei vantaggi attuali con soltanto il 20% dello sforzo attuale.


3 commenti

  1. Anonimo ha detto…
    Bel lavoro, e ben fatto.
    Congratulazioni e auguri.

    W.

    24 OTTOBRE 2009 13.14

  2. potresti fare una lista di domande da farci per capire se una “cosa o comportamento” fa parete del 20 o 80 ?

  3. Il principio di Pareto non è assoluto, e non è applicabile al discorso in oggetto se lo intendiamo a livello ricorsivo, “frattalico” per cui se ho tolto l’80% dal 100%, avrò un nuovo 100% a cui togliere un ulteriore 80% e così via fino a restare senza nulla.
    Viene spesso utilizzato da formatori e guru per motivare i partecipanti ai corsi facendo loro credere che risparmiando l’80% del tempo raggiungeranno l’80% dei risultati.
    In realtà non è così semplice come appare nei corsi in cui si battono le mani e ci si commuove pensando al proprio futuro finalmente ricco e felice.
    Ma è un buon modo di pensare, più che una vera e propria “formula matematica”.
    Vilfredo Pareto non sapeva che il rapporto 80/20 sarebbe stato in seguito strumentalizzato fino a questo punto, il suo fu un semplice studio sulla distribuzione della ricchezza nella popolazione.
    Fu poi Joseph M. Juran a creare la legge empirica dell’80/20, anche chiamata “principio di Pareto”, secondo cui la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause.

    Nel tentativo di sbarazzarci di ciò che non ci serve, potremo applicare questo principio come forma mentis, più che come reale calcolo matematico, e notare come la maggior parte delle cose che occupano la nostra attenzione o che possediamo, siano in effetti quasi inutili.

    Le domande, saranno semplici: “a cosa mi serve?” “l’ho usato nell’ultimo anno?”

    Il fatto è che, dopo esserci sbarazzati dell’80%, potremo identificare un ulteriore 20% di cose che non abbiamo e che potrebbero servirci molto, arrivando così al 160% di risultati attuali, col 40% dello sforzo o ingombro.
    Quindi la chiave è diversificare, non insistere a voler raggiungere il 100% in un solo modo o settore, ma ottenere due volte 80 con due volte 20 in ambiti diversi.

    La potremo quindi chiamare… legge del 40/160.

    I critici della legge 80/20, sostengono che è un’illusione in quanto se devo finire un progetto, anche se nel 20% del tempo svolgo l’80% del lavoro, dovrò comunque presentare un lavoro finito al 100% e mi servirà quindi il restante 80% di tempo-sforzo.

    Questo punto di vista è un effetto dell’aver voluto applicare il principio di Pareto ad ogni ambito…. il suo giusto utilizzo, a mio avviso, è invece questo: accetto il 20% dei progetti che mi portano l’80% dei guadagni, e ci dedico più impegno, in modo da coltivare al meglio quel 20% di clienti d’oro che portano all’azienda l’80% dei guadagni.
    Significa non essere dispersivi ed affrontare le cose con concentrazione una alla volta, scegliendo di affrontare solo quelle che ci portano il maggior numero di risultati.


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