Eccoci alla prima puntata di questa serie dedicata alle relazioni interpersonali.
Come spiegato nell’introduzione, mi appresto a riassumere alcuni capitoli del sempreverde “Come Trattare gli Altri e Farseli Amici” dello scrittore Dale Carnegie.
I titoli dei miei articoli non sono i titoli originali dei capitoli ma il principio in essi contenuto, per una migliore rintracciabilità nel blog ed una migliore assimilazione del materiale.
D.C. Inizia spiegando che per quante materie si possano studiare, nessuna scuola prepara ad affrontare la più comune e per molti difficile delle attività, quella dei rapporti interpersonali.
Il primo capitolo del libro inizia descrivendo la vita di alcuni famosi e violentissimi criminali e di come essi non si considerassero affatto colpevoli o malvagi.
Se i detenuti del braccio della morte o i peggiori criminali si considerano innocenti o benefattori, come possiamo pensare che l’uomo della strada col quale veniamo quotidianamente a contatto possa accettare una critica per il proprio comportamento?
In effetti, la gente non accetta critiche per il proprio comportamento.
La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. E’ come un piccione viaggiatore, perché torna sempre indietro dove è partita.
Il famoso psicologo B.F. Skinner dimostrò che un animale ricompensato per un comportamento corretto impara molto più in fretta di uno punito per un comportamento sbagliato.
Studi successivi hanno dimostrato come la stessa regoletta valga anche per noi umani.
Anche stare zitti o sorridere mentre altri parlano male di qualcuno equivale ad una critica o ad un giudizio, quando la moglie di A. Lincoln o altri intorno a lui parlavano astiosamente dei sudisti, lui rispondeva: “Non criticateli, perchè noi al loro posto faremmo altrettanto”.
Trattando con la gente ricordiamoci che abbiamo a che fare con creature governate non dalla logica ma dalle passioni, impastate di pregiudizi e mosse dall’orgoglio e dalla vanità.
Tutti gli sciocchi sono capaci di condannare, criticare, recriminare; e la maggior parte lo fa. Ma ci vuole carattere e autocontrollo per capire e perdonare.
Invece di condannare l’operato della gente, scrive l’autore, cercate piuttosto di capirla. Cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. E’ molto più utile e interessante che criticare, senza contare che genera simpatia, tolleranza e gentilezza. “Chi tutto sa, tutto perdona.”.
Cercando di essere più sintetico possibile ho saltato i molti episodi biografici propri ed altrui riferiti dall’autore a sostegno ed introduzione dei concetti chiave, ma il succo rimane invariato: “Non giudicare per non essere giudicato”, era uno dei motti preferiti di Lincoln , e lo aveva imparato a proprie spese.
A chi si aspettava una guida tecnica”passo passo” per conoscere nuova gente e conquistarla, dico che quello sarebbe “socializzare”: farsi degli Amici e conservarli è questione ben più complessa e necessita non di tecnichette ma di modi di essere e di comportarsi.
Nella mia limitata esperienza ho notato come moltissime conoscenze si instaurino proprio in modo tossico, rompendo il ghiaccio con qualche critica ad altri in modo da creare un legame “tribale” fra quelli che criticano, denigrando gli altri per sentirsi parte di un qualcosa di migliore, che esclude il resto e quindi esiste. Inutile spiegare come finiscono spesso amicizie nate in questo modo.
Un giorno due ragazze che non avevano proprio nulla di cui lamentarsi parlarono per tre ore davanti a me. Stavamo lavorando insieme. Continuarono solamente a lagnarsi e a criticare tutti gli assenti. Quando mi chiesero come mai non parlassi mai, feci loro notare che il 98% del fiato l’avevano sprecato in lamentele e critiche e che siccome io non mi lamento e non critico non avevo nulla di cui parlare con loro.
Se hai letto fino ad ora questo articolo avrai senz’altro capito il mio grossolano errore: le avevo criticate, giudicate ed avevo recriminato sul loro fiato sprecato.
Non ero stato diverso da loro, alla fine. Inutile aggiungere che una delle due in seguito fece di tutto per far notare a tutti ogni mio presunto errore e fece di tutto per contraddirmi in qualsiasi cosa. Colpa mia, in un certo senso.
Buona Caccia!
Ehm… Non resisto:
Marge Simpson: “E’ facile criticare!”
Homer: “Sì, ed è anche divertente!”
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perfetto, su questo blog trovo sempre in tempo reale qualcosa relativo alle situazioni che sto affrontando! sarà la mia determinazione nel volerle risolvere o qualche strana connessione? o entrambe le cose?
nella situazione presente, cioè un vecchio bubbone tra due schieramenti che si era già presentato dieci anni fa in un’organizzazione della quale faccio parte, ho fino ad ora mantenuto questo comportamento: non criticare, non condannare, non recriminare (nessuna delle due parti!!!). è ciò che mi ha insegnato la persona che ho scelto come maestro.
in questo caso, l’obiettivo non è farsi degli amici, ma non è poi così diverso: l’obiettivo è arrivare ad una situazione in cui i due schieramenti, apprezzandosi a vicenda nelle loro differenze, possano collaborare creativamente e in armonia.
l’armonia è una cosa che le piante, gli animali e il mondo minerale riescono a creare senza problemi, soltanto l’essere umano è handicappato da questo punto di vista. per riuscire a crearla (o, piuttosto, ad accordarsi ad un’armonia già esistente ma nascosta) è chiamato a superare se stesso e i limiti che gli impediscono di accedervi.
nel mio caso, superare me stessa ha fino ad ora significato superare i pregiudizi personali o indotti da discorsi altrui, superare le proiezioni errate causate da mie reazioni emotive e mantenere salda l’intenzione di realizzare l’armonia.
inizio a sospettare che l’armonia che potrebbe creare un essere umano con i suoi simili sia indubbiamente parte di quella di tutte le altre forme viventi e non, ma penso anche che abbia caratteristiche che la differenziano molto dall’armonia di altre specie animali: l’uomo può realizzarla soltanto tenendo conto che, per forza di cose, deve fare i conti con una complessità emotiva tremenda, variabile da persona a persona. (con questa ho ripetuto una cosa che hai scritto, ma ci tenevo a sottolineare che per gli esseri umani è davvero difficile: forse non siamo handicappati, ma soltanto impegnati in una sfida più impegnativa, nella quale ci ha ficcati proprio il nostro essere umani).
la faccenda non è risolta, richiede tempo e pazienza. tempo per stabilire legami di fiducia, e pazienza per ascoltare il più possibile, con la mente libera dai pregiudizi nei confronti dell’uno o dell’altro schieramento, pur mantenendo la mia personale visione del problema e non fissarmi su un’unica angolazione, lasciare che evolva, a mano a mano che ascolto, partecipo, rifletto.
tutta questa premessa era per evidenziare che le cose si complicano parecchio quando sono coinvolti più di due individui, come nel caso di un bambino che cambia scuola e cerca di inserirsi nella nuova classe o di due gruppi distinti che vogliono entrare in relazione.
poniamo il caso dei due gruppi distinti: nell’ambito di entrambi i gruppi possono esserci persone che non criticano, non condannano e non recriminano (o che, almeno, si impegnano con se stesse a non farlo). il problema è che queste persone sono a stretto contatto con altri che recriminano, condannano, criticano.
il loro primo problema è quello di mantenersi saldi nel loro proposito, senza lasciarsi influenzare dai commenti che i compagni di gruppo fanno sull’altro gruppo.
come ci dice homer, “criticare è divertente”. (a proposito, geniale questo finale, complimenti!!!). se criticare è divertente, è difficile non seguire a ruota quando qualcuno da il via alle critiche. ci può cadere benissimo anche la persona più motivata a non criticare, finendo per cancellare i passi avanti che era riuscita a fare dialogando con i meno invasati del gruppo “nemico”.
criticare è facile anche perchè ci permette di definire noi stessi “buoni” attraverso la negazione della “bontà” dell’altro.
se riusciamo a capire perchè l’altro fa quello che fa, quindi a “perdonarlo”, ma ci sono ancora persone nel gruppo che non l’hanno perdonato, sorge un altro problema. poichè alcuni compagni di gruppo non hanno perdonato l’altro gruppo, non sono in grado di capire come possa l’altro aver cambiato atteggiamento e modo di percepirli. chi ha perdonato rischia di diventare, agli occhi del gruppo, un doppiogiochista di merda che manca di fedeltà al gruppo.
a mio avviso, non esistono doppiogiochisti di merda, e nemmeno doppiogiochisti. perchè la fedeltà al gruppo, quando significa repressione della propria evoluzione emotiva e dei propri sentimenti di accoglienza nei confronti del diverso, è l’unica cosa “di merda” che vedo in questa faccenda. è molto facile che si instauri la dinamica “se non ce l’hai più con loro, significa che non sei più mio amico”. ed è altrettanto facile che qualcuno interrompa la propria evoluzione emotiva, pur di non perdere il gruppo e non essere additato come un sospettato di tradimento.
a pensarci bene, è sufficiente che le persone siano tre: ricordo le scenate di gelosia di una compagna delle superiori, quando ho stretto amicizia con lei e, in contemporanea, con una che non le andava a genio.
anche in una situazione che coinvolge solo tre persone, due delle quali schierate l’una contro l’altra, diventa molto difficile rimanere obiettivi. per quanto uno non voglia partecipare alle critiche, il semplice fatto di ascoltarle influenzerà in qualche misura tutti i suoi pensieri successivi, anche soltanto a livello inconscio.
la situazione si può risolvere soltanto se tutte le parti gettano le armi della critica, decidendo di non farle o, almeno, di non raccoglierle.
la critica è proprio un veleno che nasce, credo, dal reciproco desiderio di controllo sull’altro. un puro desiderio di amicizia (o collaborazione) esclude il desiderio di controllo, che ne è l’antitesi. nel caso dei due gruppi, si vorrebbe controllare sia il gruppo rivale che i membri del proprio gruppo.
poichè il bisogno di controllo è insito nell’essere umano, basterebbe dirigerlo nella direzione giusta: verso se stessi.
se accetto profondamente che ogni mia critica, poichè apre la strada ad altre critiche, danneggia anche il mio gruppo, allontanandolo sempre di più dall’apertura all’altro gruppo, mi assumo la responsabilità dell’unico controllo che posso avere, quindi bado al mio comportamento e non a quello altrui. e, se bado al mio comportamento di relazione, ne ho già troppe da fare e non mi resta il tempo per criticare.
facendo, imparo cosa significa fare certe cose, quindi diventa più facile apprezzare quelle che fanno gli altri.
in genere, quando si critica è perchè si ha del tempo da perdere, magari perchè non lo si impiega a fare qualcosa con quello che già c’è. se non si è concentrati su quello che c’è, è chiaro che l’attenzione si sposta sulle mancanze.
non ho mai visto persone intente a criticare l’altro, quando erano impegnate seriamente a fare bene qualcosa, anche insieme.
ricordo un magnifico pomeriggio, alle superiori: dovevo scrivere una relazione tecnica insieme ad un mio compagno che non sopportavo, e lui non sopportava me. avevamo poco tempo, così ci siamo focalizzati subito sul contributo che ognuno poteva dare. abbiamo fatto un buon lavoro, senza mai battibeccare. l’urgenza e la voglia di completare il lavoro ci ha resi entrambi aperti al contributo dell’altro. lo stesso mi è successo mesi fa, con un’altra persona: smettendo di criticare e facendo cose insieme a lei mi si è aperto un mondo, e ora devo proprio dire “ma guarda che bella persona, sono proprio fortunata, posso anche imparare tanto da lei”.
la critica nasce anche da noia, mancanza di concentrazione sul proprio obiettivo o su quello comune, senso di impotenza (soprattutto rispetto la propria capacità di relazionarsi con la persona che critichiamo, ma anche sulle probabilità di raggiungere l’obiettivo), assenza di azione, conoscenza poco approfondita dell’altro.
spesso basta passare all’azione condivisa per creare un ponte di amicizia: la critica è una non azione, una sega mentale, poichè è basata soltanto sulla propria interpretazione dell’altro, non su quello che effettivamente fa (e che spesso ignoriamo).
Ciao Aivia,
che piacere rileggere i tuoi posts dopo tanto tempo.
Che dire? Il consiglio è molto saggio e l’analisi dei brani citati all’inizio del 3D assolutamente veritiera.
Questo brano:”Il famoso psicologo B.F. Skinner dimostrò che un animale ricompensato per un comportamento corretto impara molto più in fretta di uno punito per un comportamento sbagliato.” è a dir poco illuminante poiché mette l’interessato in condizioni ottimali per insegnare con le buone: se fai bene ricevi un premio, se fai male non ricevi niente e questo fa scattare un sano senso di autocritica che responsabilizza e induce ad auto-analizzarsi.
Per il resto credo che in certe situazione l’assenza di critica e di giudizio giovi, purtroppo, solo a chi la mette in atto. Nel senso che riesce a raggiungere meglio uno stato di “illuminazione”. Per il resto il pensiero di Abramo Lincoln resta una chimera poiché almeno in privato chiunque giudica. Se invece lui lo intendeva come strumento politico di ottenimento del consenso, aveva pienamente ragione.
Grazie, come al solito
Roonin
vorrei iniziare questo commento con una critica a questo blog…(scherzo).finalmente un blog che va alla radice senza lamentarsi delle foglie secche.complimenti ad aivia stai facendo un ottimo lavoro per te e per gli altri;e si sa che una delle ricette per essere felici è:donare felicità agli altri; spero che non ti cali mai la motivazione che ti spinge a creare tutto questo.comunque concordo con quest’ultimo post,sono assai poche le persone che riescono ad osservare loro stessi,individuare ed ammettere i loro sbagli.
@Roonin: A. Lincoln in effetti non “nacque ‘mparato” ma passò la vita a recriminare, giudicare e criticare, non riusciva ad esimersi dall’obbligo di dire ad un cretino che egli fosse un cretino. E per di più lo faceva in forma scritta, era uno di quelli che scrivono lettere di reclamo per ogni capriccio. Poi un giorno una delle persone che aveva pubblicamente criticato decise di risolvere la cosa con le armi. Il duello fu disdetto quando i due erano già armati in presenza dei testimoni, ma questa esperienza aprì gli occhi a Lincoln che comprese la natura bifilare delle critiche e dei rimproveri. Fu dopo quell’esperienza che iniziò ad esimersi con tutte le forze dalla critica.
@Sara: L’armonia presente fra piante ed animali è data dall’equilibrio raggiunto attraverso le uccisioni ed i rapporti predatori. Per poter sperimentare il loro livello di armonia serve a poco la posizione del loto, e molto di più servirebbe la depenalizzazione dell’omicidio e la reintroduzione dei nostri predatori naturali (leggi abolizione dell’accanimento terapeutico).
La faccina che strizza l’occhio serve per rincuorare quelli che hanno bisogno di pensare che stia scherzando.
Grazie REAL LIFE, non per ricevere altri complimenti, ma mi ha colpito favorevolmente il discorso sulla radice e le foglie secche, ti andrebbe di svilupparlo un po’, di spiegarlo meglio per me e per tutti? Grazie!
in parte sono d’accordo, ma preferisco la terza soluzione, quella che ho cercato di esporre. si discosta da accanimenti e ipocrisie ma anche dalle soluzioni animali o vegetali, pur ammettendole in certi casi. indubbiamente, sfiora l’utopia, ma qualcosa mi fa pensare di poterci riuscire o, almeno, di potermici avvicinare spianando la strada per chi vorrà continuare quando morirò. indubbiamente è difficile da creare, è una cosa quasi “mai vista su questa terra”, dato che è qualcosa che difficilmente viene messo in atto e, qualora avvenga, difficilmente viene notata: è troppo poco appariscente, ma ogni tanto la si riesce a creare. mi è successo di realizzarla alcune volte, ed è talmente straordinaria che, se non ci si sofferma a guardare bene, appare assolutamente ordinaria. forse proprio per un timore di percepirne la grandezza.
ancora stento a credere di aver trasformato completamente il rapporto che avevo con mio padre, quasi evito di pensarci… non riesco a percepire del tutto, quotidianamente, la portata di questo successo. la vedo solo quando mi fermo a riflettere.
@Sara: forse la risposta alla problematica delle critiche non sta nella difficile astensione da esse, ma nella generosità di apprezzamenti e gratificazioni, l’argomento del nuovo capitolo.
E’ difficile criticare mentre pensi a cosa c’è di buono negli altri, ed è difficile criticarti per loro dopo che li hai apprezzati per i loro pregi o meriti.
Parli della difficoltà in un gruppo se qualcuno, ma non tutti, si astiene dalle critiche.
Certo, è come un paese in guerra in cui ci sono due cretini che pensano di fermare la guerra semplicemente non facendola.
Ovviamente non basta non fare. Bisogna fare attivamente di meglio.
Se su dieci nove non criticano, basta uno che lo fa per creare un clima di conflitto.
Ma se su dieci anche solo 3 si congratulano, apprezzano e manifestano interesse, le critiche degli altri 7 passano in secondo piano.
premetto che non sono un giardiniere;la frase della radice e le foglie secche era solo un esempio per far capire meglio il mio apprezzamento al blog.ne ho sentiti tanti di discorsi che affrontano particolari problemi o che cercano di spiegare certe argomentazioni,durare per molte ore,composti da bellissime parole,che però alla fine ti lasciano con l’amaro in bocca.quello che voglio dire e che ci sono molti libri, seminari,blog,ecc.che si soffermano al superfluo delle cose (foglie) parlando tanto senza insegnare veramente qualcosa di concreto, senza andare alla (radice) del problema o del discorso. ps: una vera figata l’idea del parcheggiatore
Grazie REAL LIFE, quello che hai scritto è bellissimo e proprio non me l’aspettavo. (Nel senso che riconosco di non avere il dono della sintesi e spesso mi domando se sto sprecando fiato sulle foglie secche)
@ Aivia: sì lui lo faceva in pubblico e r giunta per scritto, io invece intendevo la capacità interiore di non giudicare , l’altra rientra belle sane regole per non iincappare in guai